Stop glifosato

ANCORA SUL GLIFOSATO

Cosa ci fa nel nostro cibo?

Il glifosato è l’erbicida più usato in agricoltura. Un po’ di storia: nel 1970 John Frantz ricercatore della Monsanto scopre le proprietà del composto. Quattro anni dopo la Monsanto lo immette sul mercato con il nome commerciale di Roundup mantenendone l’esclusiva brevettuale fino al 2001. Da allora chiunque lo può produrre e commercializzare: in Europa sono 14 le aziende che lo producono. Si usa nella cura dei giardini e degli spazi verdi ma è nell’agricoltura il suo maggiore utilizzo (circa 9 miliardi di Kg. sono stati spruzzati nel 2014 il che equivale a dire che circa il 30% dei campi a livello mondiale ne è stato coinvolto).

Per esempio il glifosato spruzzato sul grano viene usato per accelerare l’asciugatura della spiga prima della raccolta come avviene in Canada. Questo consente agli agricoltori di mietere con almeno due settimane di anticipo. Questo grano viene venduto ed utilizzato soprattutto dalle grandi aziende italiane che comprano la maggior parte del grano da Paesi come il Canada e gli Usa, in cui le leggi sono più permissive.

L’OMS

L’OMS ha classificato il glifosato come probabile agente cancerogeno mentre l’EDFA (autorità europea di controllo della sicurezza alimentare) lo ha declassato a probabile cancerogeno, limitandone l’uso a 0,5 mg. per Kg. corporeo. Della questione si è interessata anche la Commissione Europea che nel giugno 2016 ha autorizzato l’uso del prodotto ancora per 18 mesi ed ha chiesto ai paesi membri di limitarne l’uso nei locali pubblici. La decisione è arrivata dopo inconcludenti riunioni tra i 28 stati membri che non sono riusciti a prendere una decisione chiara e unanime.

L’Italia a votato contro!

L’Italia ha votato contro tale decisione tant’è vero che il Ministero delle Politiche Agricole ha lanciato il piano nazionale “Glifosato zero”. In Italia i limiti ammessi sono più bassi rispetto a quelli di altri paesi esteri come appunto il Canada, così l’acquisto, la successiva miscelazione di grano e produzione di pasta e farinacei, comportano la violazione delle nostre leggi.
Persino la FAO non definisce il glifosato come cancerogeno. La Coldiretti ha richiesto invece la sospensione dell’autorizzazione all’uso.

Presente ovunque.

Esso è presente in moltissimi alimenti come frutta e verdura, ma spesso viene usato nell’irrigazione con il risultato che ormai, usato da 40 anni, si è diffuso a livello globale ed è difficilissimo liberarsene. Durante la trasmissione Petrolio su RAI3 della scorsa settimana, la dottoressa Fiorella Belpoggi dell’Istituto di Ricerca Ramazzini ha dichiarato che il glifosato non è facile da monitorare e di solito si trova in circolazione solo il suo prodotto di degradazione chiamato AMPA (acido amino metil fosfonico) che, a causa della maggiore polarità, può essere adsorbito nel suolo ancora più efficacemente del precursore.

La situazione del glifosato è un esempio di mala gestione della salute pubblica e di mala informazione nei confronti dei consumatori che sono perlomeno disorientati rispetto alle notizie che arrivano sulla rete o attraverso gli organi di informazione deputati, in quanto esempio di corruzione, conflitto di interessi, decisioni discordi, pareri interessati e quant’altro.

L’Istituto Ramazzini ha deciso così di mettere a disposizione dei consumatori, in quanto direttamente interessati ed azionisti dell’istituto, tutte le analisi effettuate anche in collaborazione con i principali istituti di ricerca Usa compreso l’Istituto Superiore di Sanità e l’Istituto dei Tumori di Genova (Università di Bologna: Dipartimento di Agraria, Veterinaria e Biostatistica, l’Ospedale San Martino di Genova, l’Istituto Superiore di Sanità, la Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York e la George Washington University), i cui risultati sono stati valutati in relazione alle dosi minime di glifosato permesse dalle norme (a tale proposito, si ricorda che, per quanto riguarda i limiti per le acque destinate al consumo umano, il D.Lgs. 31/2001 prevede come valore di parametro 0,1 µg/L per ciascuno antiparassitario determinato e 0,5 µg/ per il parametro somma) e seguendo un protocollo internazionale.

I risultati.

I risultati mostrano che i GBHs ovvero il glifosato ed i suoi derivati, anche a dosi considerate sicure e dopo un periodo relativamente breve di esposizione (equivalente nell’uomo ad un’esposizione dalla vita embrionale fino ai 18 anni), possono alterare alcuni importanti parametri biologici, in particolare relativi allo sviluppo sessuale, alla genotossicità e al microbioma intestinale.
Si è notato che il materiale genetico dei ratti usati per la sperimentazione si è frammentato con riferimento ai micronuclei cellulari del midollo osseo e questo denota caratteristiche genotossiche che sono i precursori di più gravi malattie di tipo tumorale.
Si è inoltre visto che sono presenti significative alterazioni del microbioma intestinale. Tradotto in pratica questo risultato porta a ritenere che nel periodo dello svezzamento del bambino, mentre la madre lo allatta bevendo normale acqua con tracce di GBHs ritenute nella norma, per il bambino si sviluppi questa alterazione della flora batterica che nel tempo potrebbe portare a disturbi collegati alle intolleranze alimentari (oggi molto più diffuse che in passato).
Altri risultati hanno mostrano un’ alterazione di alcuni parametri dello sviluppo sessuale nei ratti trattati con GBHs, specialmente nelle femmine.

Questi tre effetti sono assai importanti per le ricadute che possono avere nell’età dell’infanzia dove il corpo non è ancora totalmente formato ed evoluto e la dott.ssa Belpoggi ritiene che anche solo sulla base di questi indizi il glifosato debba essere ritenuto pericoloso anche se non fosse cancerogeno. Tuttavia la dottoressa non ha chiesto il bando del prodotto perché è impensabile toglierlo dal commercio dalla sera alla mattina. I magazzini in Italia, in Europa e nel mondo sono pieni di glifosato e quindi bisogna dare il tempo agli utilizzatori di smaltire il prodotto in maniera adeguata.
Ricordo che il modo di assunzione del glifosato è con il cibo e con l’acqua, anche attraverso frutta e vegetali nonché le carni. Oggi ripararsi da questo contagio è praticamente impossibile.
Il progetto COEMM ci permette tuttavia di distinguere fra mala informazione (sia quella esageratamente negativa che quella volutamente positiva) ed informazione corretta e veritiera. Agiamo sempre con etica, altruismo, riservatezza e buona comunicazione ma anche con rinnovato senso di responsabilità e di disponibilità verso il prossimo.

Citz.: Ing. Coppo Silvio – Ingegnere Chimico – Politecnico di Milano – CC Clemm Casale Monferrato 1 (AL)

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